Credito d’imposta edicole: le faq


18 SETT 2019 Con le “faq” del 16 Settembre 2019 il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del consiglio dei Ministri ha fornito ulteriori chiarimenti sull’applicazione del “credito d’imposta edicole”

La domanda per la concessione del “credito di imposta edicole” deve essere trasmessa, esclusivamente per via telematica, tramite l’apposita piattaforma realizzata all’interno del portale www.impresainungiorno.gov.it, dal titolare o rappresentante legale dell’impresa richiedente, munito di identità digitale; all’atto dell’accesso alla piattaforma, il soggetto si identifica tramite SPID o CNS. Non è invece possibile la presentazione della domanda da parte di soggetti diversi, delegati dal titolare.
Al termine della compilazione telematica dell’istanza e delle previste dichiarazioni sostitutive, il richiedente deve apporre la firma digitale: a tal fine la procedura consente di scaricare il documento in formato PDF e di “ricaricare” il documento firmato digitalmente.
Ai fini della compilazione della domanda è possibile consultare il manuale utente della procedura pubblicato nella sezione dedicata del sito istituzionale del dipartimento e nella pagina dedicata del portale impresainungiorno.
Il “credito di imposta edicole” è destinato a:
1. esercenti attività commerciali che operano esclusivamente nel settore della vendita al dettaglio di giornali, riviste e periodici;
2. esercenti attività commerciali di vendita di merci abilitati alla vendita di quotidiani o periodici (c.d. punti vendita non esclusivi), a condizione che la predetta attività commerciale rappresenti l’unico punto vendita al dettaglio di giornali, riviste e periodici nel comune di riferimento.
Nella categoria di beneficiari di cui al n. 1. rientrano tutti i punti vendita che nel registro delle imprese hanno come codice di attività primario il codice ATECO 47.62.10, indipendentemente dalla presenza o meno di codici ATECO secondari.
Nella categoria di beneficiari di cui al n. 2. rientrano tutti i punti vendita che nel registro delle imprese hanno come codice attività primario uno dei codici ATECO 47.26, 47.30, 56.3, 47.1 e 47.61 e, contemporaneamente, come codice attività secondario, il codice ATECO 47.62.10.
L’assenza del codice secondario che identifica specificamente la vendita di giornali preclude la legittimazione a chiedere il beneficio.
Il credito di imposta è parametrato agli importi pagati dal titolare del singolo punto vendita per i locali in cui si esercita la vendita, nell’anno precedente a quello dell’istanza di accesso al credito d’imposta, a titolo di IMU, TASI, COSAP e TARI, ed eventualmente, se l’esercente opera come unico punto vendita nel territorio comunale, anche alle spese per locazione, al netto dell’imposta sul valore aggiunto.
In base alla normativa di riferimento, pertanto, possono accedere all’agevolazione soltanto le imprese che risultino attive al momento della domanda e che nell’anno precedente abbiano sostenuto le spese relative alle voci che concorrono alla determinazione del credito di imposta.
Nella domanda di accesso al “credito di imposta per le edicole” potrà essere indicato l’importo pagato a titolo di COSAP o di TOSAP, a seconda della normativa vigente nel Comune di riferimento.
I c.d. “punti vendita non esclusivi”, cioè quelli abilitati alla vendita di quotidiani o periodici, possono accedere all’agevolazione a condizione che rappresentino l’unico punto vendita nel territorio del Comune di riferimento.
Le attività che operano esclusivamente nel settore della vendita al dettaglio di giornali, riviste e periodici, inoltre, tra le spese che concorrono alla determinazione del credito di imposta, possono includere, oltre agli importi pagati per IMU, TASI, COSAP e TARI, anche le spese di locazione relative ai locali in cui si svolge l’attività di rivendita, a condizione che operino come unico punto vendita nel territorio comunale.
In sostanza, l’inesistenza di altre attività di rivendita di giornali riviste e periodici:
– è un presupposto di ammissibilità all’agevolazione per i c.d. punti vendita non esclusivi;
– è una condizione, per i punti vendita che operano esclusivamente nel settore della vendita di giornali, richiesta nella sola ipotesi di inclusione delle spese di locazione tra gli importi che concorrono alla determinazione del credito di imposta.
In entrambi i casi sopra riportati, pertanto, è necessario allegare alla domanda un’apposita certificazione, rilasciata dal Comune nel cui territorio è presente il punto vendita per cui si richiede l’agevolazione, attestante l’inesistenza di altra attività di rivendita al dettaglio di giornali, riviste e periodici nel medesimo territorio comunale.

Tardivo/omesso versamento della tassa di concessione governativa soggetto a sanzione


Il regime sanzionatorio previsto per il tardivo/omesso versamento delle imposte dirette si applica anche in caso di tardivo/omesso versamento della tassa di concessione governativa (Corte di cassazione – ordinanza n. 23086/2019).

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione che ha fornito chiarimenti in merito al regime sanzionatorio da applicare in caso di ritardato pagamento della tassa di concessione governativa per le utenze telefoniche.
I giudici chiariscono che il suddetto regime sanzionatorio si applica in caso di omesso/tardivo versamento delle imposte dirette alle prescritte scadenze ed ha un’applicazione estesa ad ogni ipotesi di mancato pagamento di un tributo o di una sua frazione nel termine previsto.
Pertanto il regime sanzionatorio previsto per il tardivo/omesso versamento delle imposte dirette trova applicazione anche in caso di tardivo/omesso versamento della tassa di concessione governativa alle scadenze stabilite, con la conseguenza che:
– l’omesso versamento della tassa, in tutto o in parte, alle prescritte scadenza, è soggetto a sanzione amministrativa pari al 30% di ogni importo non versato;
– il versamento entro 90 giorni dalla scadenza è soggetto a sanzione amministrativa pari al 15% di ogni importo non versato;
– il versamento effettuato con un ritardo non superiore a quindici giorni, la sanzione del 15% è ridotta di un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo.

Legittima la richiesta di rimborso IVA dell’ex socio di società estinta

Con l’Ordinanza n. 15637/2019, la Corte di Cassazione ha affermato che il contribuente, in qualità di ex socio della società estinta per effetto della cancellazione dal registro delle imprese, ha diritto al rimborso dell’IVA maturato dalla società estinta e non riscosso nella fase di liquidazione.

Nell’ambito di una controversia per il diniego alla richiesta di rimborso del credito IVA, maturato dalla società estinta per effetto della cancellazione dal registro delle imprese, presentata dal contribuente nella qualità di ex socio e nella qualità di ex liquidatore, la Corte di Cassazione ha confermato il diritto a ricevere il rimborso in qualità di ex socio, ma non in qualità di ex liquidatore.
In proposito, i giudici della Suprema Corte hanno precisato che:
– rispetto agli ex soci, qualora all’estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale: a) l’obbligazione della società non si estingue, ciò che sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci …; b) i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa; in tal caso va dunque affermata la legittimazione attiva dell’ex socio;
– rispetto al liquidatore, invece, la propria attività è confinata alla fase di esistenza della società e, dunque, non si realizza alcuna forma di successione. Anche nel caso della diversa (e opposta) ipotesi della sopravvivenza di obbligazioni tributarie, l’eventuale responsabilità del liquidatore si fonda sulla inosservanza degli obblighi suoi propri attinenti alla fase della liquidazione e non sulla mera qualità di liquidatore. Ne consegue che il difetto di legittimazione attiva alla domanda di rimborso del credito tributario in qualità di ex liquidatore.
Occorre osservare, del resto, che, da un lato, è irrilevante la mancata iscrizione del credito Iva nel bilancio finale di liquidazione, mentre, dall’altro, il diritto al rimborso (insieme al diritto alla detrazione, non esperibile attesa l’avvenuta estinzione della società) assolve alla funzione specifica di assicurare la neutralità dell’IVA. Di conseguenza, ove siano rispettate le condizioni sostanziali, l’eventuale inosservanza di adempimenti che siano meramente formali e la cui assenza non impedisca la prova dei requisiti sostanziali, non può incidere sul riconoscimento del diritto alla detrazione e, correlativamente, del diritto al rimborso.
In tema di legittimazione degli ex soci di società estinta ad agire in relazione a questioni ancora pendenti dopo la cancellazione dell’ente dal registro delle imprese, inoltre, occorre distinguere l’ipotesi che l’ex socio agisca per debito o per un credito della società. In quest’ultimo caso, infatti, pur rimanendo immutato il meccanismo successorio, il fatto che sia mancata la liquidazione di quei beni o di quei diritti, il cui valore economico sarebbe stato altrimenti ripartito tra i soci, comporta soltanto che, estinta la società, si instauri tra i soci medesimi, ai quali quei diritti o quei beni pertengono, un regime di con titolarità o di comunione indivisa, onde anche la relativa gestione seguirà il regime proprio della contitolarità o della comunione, tra cui l’esclusione di ipotesi di litisconsorzio per l’eventualità di azione individuale di uno dei comunisti.

Ristrutturazione edilizia: detraibile solo la sostituzione degli infissi con modifica di materiale


Nell’ambito di ristrutturazioni edilizie, in caso di sostituzione degli infissi, sono detraibili le spese di sostituzione con modifica di materiale o tipologia, in quanto ricondotti nell’ambito della manutenzione straordinaria. Non sono invece detraibili, in quanto ricondotti nell’ambito della manutenzione ordinaria, le spese di sostituzione degli infissi senza modifica di materiale o tipologia. Se direttamente correlati alla sostituzione degli infissi sono detraibili anche le spese di rifacimento, riparazione e tinteggiatura esterna con opere correlate (Agenzia Entrate – risposta n. 383/2019).

Nell’ambito delle spese di ristrutturazione edilizia sono detraibili le spese classificate come “manutenzione straordinaria”.
Pertanto è di fondamentale importanza capire quali interventi sono classificati come “manutenzione ordinaria” e quali invece sono classificati come “manutenzione straordinaria”.


Gli interventi di manutenzione ordinaria riguardano le operazioni di rinnovo o di sostituzione degli elementi esistenti di finitura degli edifici, nonché tutti gli interventi necessari per mantenere in efficienza gli impianti tecnologici, con finiture e materiali analoghi a quelli esistenti; caratteristica della manutenzione ordinaria è il mantenimento degli elementi di finitura e degli impianti tecnologici, attraverso opere sostanzialmente di riparazione dell’esistente.
Gli interventi di manutenzione straordinaria riguardano le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche alle destinazioni d’uso.
Pertanto, relativamente alla sostituzione degli infissi:
– sono riconducibili nella manutenzione ordinaria, e quindi non detraibili, le spese di sostituzione senza modifica della tipologia di infisso;
– sono riconducibili nella manutenzione straordinaria, e quindi detraibili, le spese di sostituzione con modifica di materiale o tipologia di infisso.


Se direttamente correlati alla sostituzione degli infissi, sono detraibili anche le spese di rifacimento, riparazione e tinteggiatura esterna con opere correlate. In tal caso, le suddette spese concorrono, al pari di quelle sostenute per la sostituzione degli infissi, alla verifica del limite massimo ammesso alla detrazione stessa.

Sono esclusi dall’applicazione degli ISA i “regimi forfetari”


17 SETT 2019 Coloro che possono usufruire del regime agevolato forfetario e che determinano il reddito imponibile applicando un coefficiente all’ammontare dei proventi conseguiti nell’esercizio di attività commerciali, sono esclusi dall’applicazione degli ISA (Agenzia delle entrate – circolare n. 20/E del 2019, par. 2.5).

Con la circolare in oggetto il Fisco ha ribadito in una sua risposta che i decreti ministeriali di approvazione degli ISA hanno introdotto ulteriori cause di esclusione dall’applicazione degli ISA.
In particolare, è stato previsto che i 175 ISA approvati non si applichino nei confronti dei contribuenti che si avvalgono del regime forfetario agevolato, previsto dall’articolo 1, commi da 54 a 89, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, ovvero del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità di cui all’articolo 27, commi 1 e 2, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 e che determinano il reddito con altre tipologie di criteri forfetari.
Tanto premesso, poiché i soggetti che possono usufruire del regime agevolato forfetario previsto dalla Legge n. 398 del 1991 determinano il reddito imponibile applicando, all’ammontare dei proventi conseguiti nell’esercizio di attività commerciali, un coefficiente stabilito dall’art. 2, comma 5 della medesima legge, sono esclusi dall’applicazione degli ISA e non devono compilare i relativi modelli.

Diritto alla detrazione IVA anche senza la dichiarazione annuale

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 22744 del 12 settembre 2019, ha affermato che anche in assenza della dichiarazione annuale è possibile portare in detrazione l’eccedenza IVA maturata nel periodo di competenza, se sono rispettati i requisiti sostanziali. La detrazione può essere esercitata fino al secondo anno successivo a quello in cui è sorto il diritto.

FATTO


A seguito di controllo formale automatizzato, l’Agenzia delle Entrate ha emesso la cartella di pagamento nei confronti del contribuente contestando l’esistenza del credito IVA portato in detrazione, in considerazione della mancata presentazione della dichiarazione relativa all’anno di competenza.
Su ricorso del contribuente, i giudici tributari hanno annullato la cartella di pagamento ritenendo non assolto, da parte dell’Ufficio, l’onere di prova della non esistenza del credito.
La decisione dei giudici tributari è stata confermata dalla Corte di Cassazione, a fronte del ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE


A sostegno dell’annullamento della pretesa tributaria, la Corte Suprema ha affermato che la neutralità dell’imposizione armonizzata sul valore aggiunto comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, l’eccedenza d’imposta, che risulti da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e sia dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, va riconosciuta dal giudice tributario laddove il contribuente abbia rispettato tutti i requisiti sostanziali per la detrazione.
In altri termini, nel giudizio d’impugnazione della cartella emessa dal fisco a seguito di controllo formale automatizzato, non può essere negato il diritto alla detrazione se è dimostrato in concreto, ovvero non è controverso, che si tratti di acquisti compiuti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad iva e finalizzati ad operazioni imponibili.
In tal caso il contribuente, può portare in detrazione l’eccedenza d’imposta, anche in assenza della dichiarazione annuale finale, fino al secondo anno successivo a quello in cui è sorto il diritto, purché siano rispettati i requisiti sostanziali per poter fruire della detrazione: la sussistenza di tali requisiti esclude, infatti, la rilevanza dell’assenza di quelli formali, ivi comprese le liquidazioni periodiche, purché sia rispettata la cornice biennale prevista per l’esercizio del diritto di detrazione.
Non c’è, invece, la necessità di procedere ad accertamento induttivo, in quanto l’Ufficio non può pretendere la restituzione di somme per ragioni di pura forma senza addurre rilievi sulla loro effettiva spettanza.
Tale soluzione, peraltro, risulta coerente con il principio fondamentale di neutralità dell’iva, secondo cui la detrazione dell’imposta a monte va accordata se gli obblighi sostanziali sono soddisfatti, anche se taluni obblighi formali sono stati omessi, e l’amministrazione finanziaria, una volta che disponga delle informazioni necessarie per dimostrare che i requisiti sostanziali siano stati soddisfatti, non può imporre, riguardo al diritto del soggetto passivo di detrarre l’imposta, condizioni supplementari che possano produrre l’effetto di vanificare l’esercizio del diritto, in quanto i requisiti sostanziali del diritto a detrazione sono quelli che stabiliscono il fondamento stesso e l’estensione di tale diritto.

Se mai reclamato, il compenso dell’amministratore non può essere richiesto in sede di liquidazione


L’amministratore di una società che per anni non ha mai reclamato il proprio compenso non ha diritto di richiederlo al momento della liquidazione della società. In tal caso la rinuncia è tacita (Corte di Cassazione – ordinanza n. 22802/2019).

Se è vero che l’amministratore di una società, con l’accettazione della carica, acquisisce il diritto ad essere compensato per l’attività svolta in esecuzione dell’incarico affidatogli, tuttavia tale diritto è disponibile e, così come può essere derogato da una clausola dello statuto della società, che condizioni lo stesso al conseguimento di utili, ovvero sancisca la gratuità dell’incarico, del pari può anche essere oggetto di rinuncia anche attraverso una remissione tacita del debito.
Sebbene, poi, la rinuncia non sia desumibile da un mero comportamento inerte dell’amministratore (inerzia o silenzio), atteso che è necessario un comportamento concludente del titolare che riveli in modo univoco una sua volontà abdicativa, tuttavia, i giudici della Corte hanno chiarito che la mancata richiesta del compenso per tutto il periodo dell’attività svolta fa intendere alla rinuncia tacita al compenso.


Se pertanto l’amministratore non ha mai reclamato il proprio compenso, senza mai chiedere all’assemblea di porre all’ordine del giorno la sua determinazione, tale condotta dell’amministratore è intesa come rinuncia tacita del compenso, senza alcuna possibilità di reclamarlo in sede di liquidazione della società.

Gli scenari futuri dell’IVA alla luce delle direttive e delle proposte dell’UE


16 SETT 2019 Approvato, dopo un’analisi delle direttive e dei regolamenti UE in materia di IVA di prossima entrata in vigore, il documento che offre una visione d’assieme del percorso che condurrà al sistema IVA 2022 e successivamente al sistema definitivo del tributo. (CNDCEC – Nota 12 settembre 2019, n. 79).

La riforma del sistema IVA e la creazione di uno “spazio unico europeo” per l’applicazione dell’imposta, la cui prima fase è prevista con decorrenza primo luglio 2022, sono destinate a realizzarsi seguendo un percorso step by step. Gli obiettivi sono fissati nel piano d’azione della Commissione europea, cui è data esecuzione tramite proposte di modifica della direttiva n. 2006/112/CE o dei regolamenti dell’Unione europea. Delle modifiche previste da tali proposte, alcune sono state già trasfuse in direttive e altri atti, la cui efficacia è anticipata rispetto alla scadenza del 2022, altre non sono ancora state tradotte in atti legislativi; alcune delle disposizioni approvate, inoltre, sono già sotto osservazione, al fine di migliorarne l’applicazione. Il tutto, mentre il legislatore nazionale prova ad anticipare l’applicazione di talune norme (è il caso della disciplina in materia di marketplace), la cui effettiva entrata in vigore, tuttavia, è stata oggetto di rinvio.
In un simile contesto, è immaginabile il disorientamento dell’interprete, al quale non sfugge di certo l’importanza dei cambiamenti in arrivo, ma che si vede costretto a una non semplice attività di ricerca (prima) e collocazione sistematica (poi) delle numerose novità, dovendo distinguere fra disposizioni in vigore, disposizioni parimenti in vigore ma ad effetto posticipato, e norme ancora da approvare. Scopo del documento in oggetto è dunque quello di fornire una visione d’assieme del percorso che condurrà al sistema IVA 2022 (e, successivamente, al sistema definitivo del tributo), predisponendo un “cruscotto” per controllare e monitorare l’avanzamento dei lavori, di cui sia possibile l’aggiornamento mano a mano che saranno approvate o prenderanno effetto le nuove regole, offrendo nel contempo un contributo di sintesi sulle principali novità.

Duplice rapporto di lavoro preesistente: ammesso il regime forfetario

Il dentista che si trovi ad avere un duplice rapporto di lavoro con l’ASL, professionale e dipendente, a seguito di un provvedimento della magistratura che ha imposto la trasformazione di preesistenti contratti d’opera professionale in contratti di lavoro subordinato, non si trova in condizione di inapplicabilità del regime forfetario (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 382 del 2019).

Tra le cause ostative all’applicazione del regime forfetario è prevista l’ipotesi in cui l’attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro, a esclusione dei soggetti che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la suddetta causa ostativa, introdotta nel 2019, non si applica nell’ipotesi di una dentista che lavora per l’ASL, in base ad un duplice rapporto di lavoro, come libera professionista e come dipendente, per effetto di un provvedimento dell’Autorità giudiziaria che ha imposto all’ASL di trasformare il preesistente contratto d’opera in contratto di lavoro subordinato.
In tal caso, non si verifica una trasformazione di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo che la causa ostativa intende evitare, permanendo immutato l’assetto negoziale antecedente l’introduzione della norma.
Il duplice rapporto di lavoro (rispettivamente relativo all’attività professionale di dentista e lavoratore dipendente) essendo preesistente all’entrata in vigore della causa ostativa e continuando senza subire alcuna modifica sostanziale, non incontra il divieto di applicazione del regime agevolato.
Ovviamente, il compensi derivanti dal rapporto di lavoro dipendente non potranno beneficiare della tassazione sostitutiva, essendo soggetti alla ordinaria tassazione prevista per la corrispondente tipologia di reddito.


Registrazione telematica dei contratti di locazione di gestione di siti per antenne di telefonia


L’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito agli adempimenti, e sui documenti da allegare, per la registrazione telematica dei contratti di locazione relativi alla gestione di siti per antenne di telefonia mobile stipulati con soggetti aventi natura giuridica variegata: persone fisiche non soggetti passivi IVA, società, enti pubblici (Agenzia Entrate – risposta n. 374/2019).

In particolare è stato precisato che gli applicativi informatici di presentazione, controllo e gestione delle attività connesse alla registrazione di contratti di locazione (nel caso di specie il software di compilazione RLI-web) ammettono come documenti allegati soltanto file in formato PDF/A o TIFF.


Per i contratti firmati digitalmente, che rivestono un formato elettronico diverso da quelli al momento consentiti, è possibile allegare il documento estraendone il contenuto in formato PDF/A ovvero, in presenza di una copia cartacea del documento, generare mediante scannerizzazione un file avente le caratteristiche che ne consentano l’allegazione.


È inoltre importante ricordare che il contribuente che effettua la registrazione telematica del contratto di locazione ha l’obbligo di conservare, ancorché in formato digitale, l’originale dei documenti, che potrà essere richiesto da parte dell’Agenzia delle Entrate per eventuali verifiche.