Gli adempimenti fiscali dell’amministratore giudiziario per gli immobili sequestrati


L’amministratore giudiziario di un compendio immobiliare appartenente a società e persone fisiche, deve assolvere, per conto e in luogo di ciascuno dei titolari, a tutti gli obblighi fiscali riferibili agli immobili sequestrati, compreso l’obbligo di fatturazione dei proventi riferibili agli immobili appartenenti alle società, tenendo conto della peculiarità delle norme che prevendono la sospensione del versamento delle imposte sui redditi, l’irrilevanza dei redditi, quando determinati secondo le regole del reddito fondiario e l’esenzione dalle imposte di registro, ipocatastali e di bollo (Agenzia Entrate – risposta 21 aprile 2021, n. 276).

La veste di soggetto passivo d’imposta spetta a colui che assume, con effetto retroattivo, la titolarità dei beni sequestrati e, quindi, il soggetto passivo d’imposta è individuato a posteriori, seppure con effetto ex tunc, nello Stato o nell’indiziato, a seconda che il procedimento si concluda con la confisca oppure con la restituzione dei beni.
L’Agenzia delle Entrate ha avuto già modo di chiarire che, in pendenza di sequestro, l’amministratore giudiziario deve:
– presentare le dichiarazioni relative al periodo d’imposta anteriore a quello in cui è stata adottata la misura cautelare, per le quali non sia scaduto il relativo termine di presentazione alla data di consegna dei beni;
– determinare, in via provvisoria, i redditi dei beni sequestrati, assoggettandoli a tassazione con riferimento alle categorie di reddito previste dall’articolo 6 del TUIR, con le medesime modalità applicate prima del sequestro;
– presentare, nei termini ordinari, le dichiarazioni relative ai periodi d’imposta interessati dall’amministrazione giudiziaria (fatta eccezione per il periodo d’imposta in cui la stessa cessa) e versare le relative imposte.


Riguardo all’ultimo punto va osservato che l’amministratore giudiziario, poiché in pendenza di sequestro opera nella veste di rappresentante in incertam personam, curando la gestione del patrimonio per conto di un soggetto non ancora individuato, utilizza il codice fiscale del titolare dei beni, senza bisogno di chiedere un codice fiscale intestato alla procedura.
La medesima risoluzione ha ricordato che l’inosservanza degli adempimenti sopra richiamati espone l’amministratore giudiziario, alle conseguenze sanzionatorie, poiché egli riveste la qualifica di pubblico ufficiale e deve adempiere con diligenza ai compiti del proprio ufficio.
Con specifico riferimento alla determinazione del reddito dei beni immobili, il Codice Antimafia, dispone che durante la vigenza dei provvedimenti di sequestro e confisca e, comunque, fino all’assegnazione o destinazione dei beni a cui si riferiscono, è sospeso il versamento di imposte, tasse e tributi dovuti con riferimento agli immobili oggetto di sequestro.
Gli atti e i contratti relativi agli immobili sono esenti dall’imposta di registro, dalle imposte ipotecarie e catastale e dall’imposta di bollo.
Durante la vigenza dei provvedimenti di sequestro e confisca e, comunque fino alla loro assegnazione o destinazione, non rilevano, ai fini della determinazione delle imposte sui redditi, i redditi prodotti dai beni immobili oggetto di sequestro situati in Italia e dai beni immobili situati all’estero, anche se locati.


Come chiarito ulteriormente dall’Agenzia delle Entrate, a decorrere dal 1° gennaio 2014:
– è disposta la sospensione del versamento da imposte, tasse e tributi. Essendo la sospensione limitata al versamento, ne consegue che, anche con riguardo ai beni immobili, non viene meno, in capo all’amministratore giudiziario, l’obbligo di adempiere agli ulteriori oneri fiscali, compresi quelli dichiarativi, durante la vigenza dei provvedimenti di sequestro e confisca non definitiva;
– è disposta l’esenzione dalle imposte di registro, ipotecaria/catastale e di bollo qualora gli atti ed i contratti posti in essere durante il periodo di durata dell’amministrazione giudiziaria abbiano ad oggetto i beni immobili la cui proprietà o il cui possesso costituiscano presupposto impositivo di imposte, tasse e tributi;
– ai fini della determinazione complessiva delle imposte sui redditi, è irrilevante il reddito prodotto dai beni immobili oggetto dei provvedimenti di sequestro e confisca non definitiva, anche se locati.


Pertanto, l’amministratore giudiziario di un compendio immobiliare appartenente a società e persone fisiche, deve assolvere, per conto e in luogo di ciascuno dei titolari, a tutti gli obblighi fiscali riferibili agli immobili sequestrati, compreso l’obbligo di fatturazione dei proventi riferibili agli immobili appartenenti alle società, tenendo conto della peculiarità delle norme che prevedono la sospensione del versamento delle imposte sui redditi, l’irrilevanza dei redditi, quando determinati secondo le regole del reddito fondiario e l’esenzione dalle imposte di registro, ipocatastali e di bollo.
A tal fine, l’amministratore deve utilizzare il codice fiscale e la partita IVA (ove esistente) di ciascun soggetto, ed assolvere con riferimento a ciascun titolare, agli obblighi dichiarativi dei redditi relativi agli immobili, indicando, il codice carica 5 “Commissario giudiziale (amministrazione controllata) ovvero custode giudiziario (custodia giudiziaria), ovvero amministratore giudiziario in qualità di rappresentante dei beni sequestrati. Il modello dichiarativo da utilizzare va individuato in base alla natura giuridica del soggetto (persona fisica o giuridica) titolare del bene immobile.


Esenzione IVA per strumentazione diagnostica in vitro

Il regime di esenzione IVA previsto dalle misure anticovid-19, con diritto alla detrazione dell’imposta, fino al 31 dicembre 2022, si applica alle cessioni di strumentazione diagnostica in vitro per COVID-19 soltanto se conformi alla Direttiva n. 98/79/CE o al Regolamento UE n. 2017/746 (Agenzia delle Entrate – Risposta 19 aprile 2021, n. 267).

Il Decreto Rilancio ha introdotto una disciplina IVA agevolata in relazione a determinati beni, considerati necessari per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, che consiste, fino al 31 dicembre 2020, in un particolare regime di esenzione con diritto a detrazione in capo al cedente degli stessi e, a partire dal 1° gennaio 2021, nell’applicazione dell’aliquota ridotta del 5 per cento.
Successivamente, la Legge di Bilancio 2021 ha stabilito una deroga alla suddetta disciplina, ed ha previsto che le cessioni della strumentazione per diagnostica per COVID-19 che presentano determinati requisiti e le prestazioni di servizi strettamente connesse a tale strumentazione beneficiano del regime di esenzione IVA, con diritto alla detrazione dell’imposta, fino al 31 dicembre 2022.
Si tratta di una misura transitoria per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da covid-19, che trova la sua base giuridica nella normativa europea, in base alla quale gli Stati membri possono stabilire, fino al 31 dicembre 2022, l’esenzione dall’imposta sul valore aggiunto con diritto a detrazione per le forniture dei vaccini per il COVID-19 e per le forniture della strumentazione per diagnostica in vitro per COVID-19, nonché per le prestazioni di servizi strettamente connesse.
Con specifico riguardo alla “strumentazione per diagnostica per COVID-19”, la disposizione unionale precisa che possono beneficiare dell’esenzione IVA “solo i dispositivi medico-diagnostici in vitro della COVID-19 conformi ai requisiti applicabili di cui alla Direttiva 98/79/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 ottobre 1998, o al Regolamento (UE) 2017/746 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2017, e ad altra normativa dell’Unione europea applicabile”.
Ne consegue che, nel novero della “strumentazione per diagnostica per COVID-19”, a decorrere dal 1° gennaio 2021 e fino al 31 dicembre 2022, sono esenti dall’IVA soltanto le cessioni dei “dispositivi medico-diagnostici in vitro della COVID-19 conformi ai requisiti applicabili di cui alla Direttiva 98/79/CE o al Regolamento (UE) 2017/746.
Al riguardo, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha indicato i relativi codici TARIC:
1.1) Kit diagnostici COVID19 e reattivi basati su reazioni immunologiche: ex 3002 1300 10; ex 3002 1400 10; ex 3002 1500 10; ex 3002 9090;
1.2) Kit per diagnosi COVID19 costituito da: flaconcino contenente un supporto di coltura per il mantenimento di un campione virale e un tampone con punta di cotone per raccogliere il campione: ex 3821 0000;
1.3) Kit di campionamento: ex 9018 90; ex 9027 80;
1.4) Reagenti diagnostici basati sul test dell’acido nucleico a catena della polimerasi (PCR): ex 3822 0000 10;
1.5) Strumenti utilizzati nei laboratori clinici per la diagnosi in vitro: ex 9027 8080.


Pertanto, secondo l’Agenzia delle Entrate solo ai dispositivi diagnostici in vitro con le caratteristiche sopra ricordate, corrispondenti alle descrizioni e ai codici TARIC indicati dall’ADM, potrà essere applicata l’esenzione con diritto a detrazione fino al 31 dicembre 2022.

Bonus investimenti in beni strumentali: utilizzo temporaneo all’estero

Ai fini del credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, non si considera delocalizzazione, e dunque non costituisce causa di decadenza dell’agevolazione, l’utilizzo temporaneo dei beni agevolati in cantieri situati all’estero, a condizione che detti beni appartengano alla struttura produttiva italiana sotto il profilo organizzativo, economico e gestionale e che siano utilizzati nell’attività ordinariamente svolta dalla stessa. (Agenzia delle Entrate – Risposta 19 aprile 2021, n. 259).

Secondo la disciplina degli incentivi fiscali previsti dal Piano Nazionale Impresa 4.0, è riconosciuto un credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, alle condizioni e nelle misure stabilite, a favore delle imprese che, a decorrere dal 1° gennaio 2020 e fino al 31 dicembre 2020 ovvero entro il 30 giugno 2021 (a condizione che entro la data del 31 dicembre 2020 il relativo ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20 per cento del costo di acquisizione) effettuano investimenti in beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato.
Il credito d’imposta è proporzionalmente ridotto qualora, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di effettuazione dell’investimento, i beni agevolati siano ceduti a titolo oneroso o siano destinati a strutture produttive ubicate all’estero, anche se appartenenti allo stesso soggetto. Il maggior credito d’imposta eventualmente già utilizzato in compensazione deve essere direttamente riversato dal soggetto entro il termine per il versamento a saldo dell’imposta sui redditi dovuta per il periodo d’imposta in cui si verifichino le suddette ipotesi, senza applicazione di sanzioni e interessi.
In altri termini, definito un periodo di sorveglianza che decorre dal momento di effettuazione dell’investimento e fino al 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di effettuazione dello stesso, il meccanismo di recapture del credito opera nelle ipotesi in cui i beni agevolabili siano oggetto di:
– cessione a titolo oneroso;
– destinazione a strutture produttive ubicate all’estero, anche se appartenenti allo stesso soggetto (cd. “delocalizzazione all’estero”).


Nella seconda ipotesi (delocalizzazione), il recupero dell’agevolazione legato alla violazione del vincolo di territorialità ha lo scopo di ostacolare comportamenti volti alla fruizione in Italia di un’agevolazione fiscale, senza che il bene stesso abbia contribuito al processo di trasformazione tecnologica e digitale dell’impresa ubicata nel territorio nazionale, titolare del medesimo bene.


In proposito l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti riguardo all’ipotesi di beni agevolati che per loro funzione sono destinati ad essere utilizzati al di fuori della sede produttiva dell’impresa ed anche presso cantieri all’estero (nella fattispecie si tratta di attrezzature robotizzate, comandabili da remoto, utilizzate per attività di manutenzione e posa per conto dei clienti di impanti – pipeline – per il trasporto di idrocarburi, spesso localizzati all’estero).
Secondo l’Agenzia delle Entrate il temporaneo utilizzo dei beni agevolati in cantieri situati all’estero non comporta una delocalizzazione ovvero un permanente trasferimento in un sito produttivo ubicato al di fuori del territorio nazionale, a condizione che:
– il luogo presso cui di volta in volta sono impiegati non abbia le caratteristiche tali (analizzando ad esempio, beni materiali, immateriali e risorse umane) da rappresentare di per sé una «struttura produttiva» ubicata all’estero;
– beni agevolabili appartengano alla struttura produttiva italiana sotto il profilo organizzativo, economico e gestionale e che siano utilizzati nell’attività ordinariamente svolta dalla stessa.
In tal caso, dunque, non si concretizza la causa di riduzione del credito d’imposta.


Bonus investimenti beni strumentali 4.0: macchine agricole

Rientrano tra i beni agevolabili con il credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi ad elevata tecnologia ed interconnessi secondo il paradigma 4.0, le macchine agricole operatrici (trattrice e carro botte) equipaggiate con hardware e software, caratterizzate da un sistema di trasmissione bidirezionale di dati, che consenta la visualizzazione di dati macchina, lavorazione, parametri e posizione aggiornati in tempo reale, nonché la guida automatica o semiautomatica in campo, interconnesse ai sistemi informatici aziendali tramite utilizzo della rete mobile o dispositivo mobile. (Agenzia delle Entrate – Risposta 19 aprile 2021, n. 265).

Nella fattispecie l’impresa operante nel settore dell’agricoltura con esercizio dell’attività di allevamento intende acquistare due trattrici agricole e un carro-botte, equipaggiate con hardware e software che consentono, attraverso un programma esterno alla singola macchina, la connessione al sistema aziendale, al fine di inviare e ricevere dati macchina e agronomici, gestire e organizzare report di dati, inviare set-up di lavoro dedicati, effettuare la guida in campo in modalità automatica o semiautomatica.


Secondo la disciplina degli incentivi fiscali previsti dal Piano Nazionale Impresa 4.0 è riconosciuto un credito d’imposta, utilizzabile esclusivamente in compensazione, alle imprese che dal 1° gennaio 2020 (e, a determinate condizioni fino al 30 giugno 2023) effettuano investimenti in beni strumentali nuovi e, in particolare, in beni strumentali nuovi funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese secondo il modello “Industria 4.0” (cd. “beni interconnessi ad elevata tecnologia”).
Riguardo all’ambito oggettivo di applicazione dell’agevolazione e, quindi, alla riconducibilità dei beni acquistati a quelli interconnessi ad elevata tecnologia agevolabili, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che si rendono necessari accertamenti di natura tecnica che involgono la competenza del Ministero dello Sviluppo economico.
Con riferimento al caso di specie la Direzione Generale per la politica industriale, la competitività e le PMI del citato Ministero ha espresso il seguente parere.


Le questioni oggetto d’interpello attengono alla classificazione nell’ambito dell’allegato A annesso alla Legge n. 232 del 2016, di talune macchine operatrici (due trattrici e un carro botte) da impiegare nell’ambito del processo di produzione.
In particolare, per quanto riguarda le trattrici, risultano caratterizzate dalle seguenti tecnologie:
– Y: tecnologia che permette la visualizzazione dei dati macchina, parametri e posizione aggiornati in tempo reale tramite utilizzo della rete mobile. Tramite Y è possibile anche vedere i codici errore della macchina così che, consentendo l’accesso al concessionario, sarebbe possibile gestire in tempo reale eventuali rotture e intervenire di conseguenza.
– Guida satellitare: sistema automatizzato di guida in campo. Tale sistema permette di raccogliere e immagazzinare i dati della lavorazione che la macchina sta svolgendo così da avere dei parametri da poter inviare all’ufficio, garantendo la bilateralità della comunicazione;
– X: tecnologia che consente di trasmettere, gestire e inoltrare ordini di lavoro e dati tra ufficio e macchina.


Per quanto riguarda il carro botte (macchina utilizzata per il trasporto, spandimento e interramento del liquame di terreno e per l’alimentazione di impianti biogas), risulta equipaggiato con un sistema per la gestione, trasmissione ed elaborazione dati, costituito dai seguenti elementi:
– SMARTBOX20 con PLUG Ingressi + CAN bus + Tastiera di emergenza 1 TREND SMART 14 TASTI 1 Kit di misura pressione e temperatura pneumatici su protocollo CAN Bus J1939;
– Pressostati olio, n. 1 sensore pressione olio;
– Software: applicativi embedded per radiocomando palmare e per la gestione del dispositivo programmabile a microprocessore a bordo del veicolo.


Per entrambe la tipologie di macchine agricole il Ministero ha confermato la riconducibilità alla classificazione di cui all’allegato A annesso alla Legge n. 232 del 2016, e in particolare alla voce 11 del primo gruppo di beni concernente: “macchine, anche motrici e operatrici, strumenti e dispositivi per il carico e lo scarico, la movimentazione, la pesatura e la cernita automatica dei pezzi, dispositivi di sollevamento e manipolazione automatizzati, AGV e sistemi di convogliamento e movimentazione flessibili, e/o dotati di riconoscimento dei pezzi (ad esempio RFID, visori e sistemi di visione e meccatronici)”.
Per quanto riguarda le due trattrici, i requisiti di interconnessione e integrazione possono considerarsi soddisfatti attraverso l’implementazione delle tecnologie combinate Y, X, la guida satellitare e la piattaforma. Tuttavia, qualora l’interconnessione e l’integrazione si ritengano soddisfatte attraverso la guida automatica/semiautomatica, è necessario che i sistemi di guida siano in grado di controllare almeno una funzione di spostamento: ad esempio, sterzata, velocità, arrestò. Viceversa non soddisfano detta caratteristica quei sistemi che possono inibire esclusivamente l’accensione o lo spegnimento del mezzo.
Per quanto riguarda il carro botte, può considerarsi idonea al soddisfacimento delle caratteristiche tecniche richieste dalla disciplina agevolativa, la configurazione che consente lo scambio dati bidirezionale, gestito attraverso un dispositivo mobile (smartphone) che, tramite la rete di telecomunicazione cellulare GSM (GPRS o EDGE), UMTS (HSPA), o LTE, consente lo scambio dati tra una piattaforma CLOUD, basata sui protocolli Internet TCP/IP e http, e il controller interconnesso al dispositivo mobile tramite tecnologia wireless (bluetooth, wifi, ecc.) e dotato di software in grado di acquisire i dati della macchina (pressione pneumatici, posizione saracinesche, pressione olio ammortizzatori, tensione batteria) e attuare comandi (apertura elettrovalvole. Relativamente alla componente software, risulta ammissibile, quale parte integrante del bene, la componente ‘embedded’ necessaria al funzionamento dello stesso. Restano invece potenzialmente agevolabili i software di sistema, di tipo “stand alone”, quando riconducibili ad uno dei punti di cui all’allegato B della Legge n. 232 del 2016.

Alla guida turistica non va il contributo per le attività nei centri storici


La guida turistica, essendo un’attività svolta sottoforma di libera professione, è esclusa dal contributo a fondo perduto previsto dal Decreto Agosto per le attività economiche e commerciali nei centri storici (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 19 aprile 2021, n. 264)

Con il DL sostegni (art. 59, decreto-legge n. 104 del 2020) è stato introdotto un contributo a fondo perduto ai soggetti esercenti attività di impresa di vendita di beni o servizi al pubblico, svolte nelle zone A o equipollenti dei comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana che, in base all’ultima rilevazione resa disponibile da parte delle amministrazioni pubbliche competenti per la raccolta e l’elaborazione di dati statistici, abbiano registrato presenze turistiche di cittadini residenti in paesi esteri:
a) per i comuni capoluogo di provincia, in numero almeno tre volte superiore a quello dei residenti negli stessi comuni;
b) per i comuni capoluogo di città metropolitana, in numero pari o superiore a quello dei residenti negli stessi comuni» (cd. centri storici dei Comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana ad alta densità turistica straniera).
Il contributo spetta a condizione che l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi riferito al mese di giugno 2020, degli esercizi di cui sopra indicati, realizzati nelle zone A dei comuni citati, sia inferiore ai due terzi dell’ammontare del fatturato e dei corrispettivi realizzati nel corrispondente mese del 2019.
L’ammontare del contributo è determinato applicando una percentuale, variabile dal 15 al 5 per cento in funzione di ricavi o compensi del periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge, alla differenza tra l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi riferito al mese di giugno 2020 e l’ammontare del fatturato e dei corrispettivi del corrispondente mese del 2019. Al riguardo, si rammenta che «In ogni caso, l’ammontare del contributo a fondo perduto non può essere superiore a 150.000 euro.
Detto contributo è comunque riconosciuto per un ammontare non inferiore a mille euro per le persone fisiche e a duemila euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche.
Nella Relazione Tecnica è precisato tra l’altro che il contributo è riconosciuto soltanto a coloro che svolgono “attività di impresa di vendita di beni o servizi al pubblico” e in misura differenziata in base all’ammontare dei ricavi e compensi. Allo scopo di adeguare la platea di soggetti così individuata (in base ai dati della fatturazione elettronica) alla platea di soggetti interessati dalla disposizione in esame (che, a differenza della prima, non comprende i professionisti, ma include coloro che non utilizzano la fatturazione elettronica, come i soggetti che adottano regimi di tassazione “forfettari” e/o certificano i corrispettivi con scontrini e ricevute).
Nella fattispecie, oggetto dell’istanza d’interpello, l’istante rappresenta di essere una “guida turistica” chiedendo conferma circa la possibilità di fruire del contributo in parola nel presupposto che il lavoro svolto come autonomo possa essere assimilato ad un’attività d’impresa.
Il Fisco preso atto anche di quanto precisato nella citata Relazione tecnica circa l’esclusione dal contributo in esame dei professionisti, poiché il citato articolo 59 al primo comma riconosce il contributo a fondo perduto ai soggetti “esercenti attività di impresa”, essendo l’istante un lavoratore autonomo ovvero un libero professionista, in quanto guida turistica, è esclusa dall’ambito di applicazione dell’articolo 59 in commento.
Ciò stante, laddove l’istante abbia percepito il contributo in tutto o in parte non spettante, può regolarizzare l’indebita percezione.
E’ appena il caso di segnalare che il dl n. 34 del 2020, per il settore turistico all’articolo 182, come modificato dall’articolo 77 del dl n. 104 del 2020, ha previsto delle risorse da assegnare tra gli altri “alle guide e agli accompagnatori turistici” per mezzo del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Tax credit locazioni: nuovi chiarimenti dal Fisco


Ulteriori chiarimenti sul credito d’imposta per canoni di locazione ad uso non abitativo ed affitto d’azienda (Agenzia delle Entrate – Risposta 19 aprile 2021, n. 263).

Nel caso di specie, la società istante, costituita nel 2019 e titolare di un contratto d’affitto, dichiara che, a causa dei provvedimenti governativi emanati a seguito dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, a partire dal 23 febbraio 2020 non ha potuto svolgere, tranne che per il periodo estivo, l’attività per la quale è stata costituita.
L’interpellante, premettendo di non aver versato il canone di locazione previsto per i mesi oggetto di agevolazione, rappresenta di voler procedere al pagamento nel 2021 dei canoni di locazione relativo ai mesi che rientrano nell’ambito di determinazione del credito d’imposta per canoni di locazione ad uso non abitativo ed affitto d’azienda, di cui agli artt. 28, D.L. n. 34/2020, e 8, D.L. n. 137/2020.
Alla luce di quanto sopra esposto e ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti richiesti dalla norma, l’Agenzia chiarisce che, a seguito del versamento, operato nel 2021, della quota dei canoni relativi al 2020 non ceduta al locatario, l’istante maturerà il diritto alla fruizione del credito d’imposta in questione.


Brexit: chiarimenti dal Fisco


Fermo restando l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, la società residente nel Regno Unito non perde lo status di esportatore abituale ai fini Iva e se passa dall’identificazione diretta alla rappresentanza fiscale, senza soluzione di continuità, può effettuare acquisti senza Iva utilizzando il plafond maturato in capo al numero identificativo Iva utilizzato prima della Brexit (Agenzia Entrate – risposta 19 aprile 2021, n. 260).

A partire dal 1° gennaio 2021, agli scambi commerciali con il Regno Unito, a seguito del suo recesso dalla Unione Europea si applicano le regole e le formalità di natura fiscale e doganale in vigore con i Paesi terzi.
In base alla normativa IVA, il soggetto non residente (UE o extra-UE) che effettua in Italia operazioni rilevanti ai fini IVA, può adempiere ai relativi obblighi o esercitare i relativi diritti nominando un rappresentante fiscale residente nel territorio dello Stato o, in alternativa, identificandosi direttamente.
In particolare, per i soggetti extra-UE la possibilità di identificazione diretta è prevista per i soggetti non residenti, che esercitano attività di impresa, arte o professione in un Paese terzo con il quale esistono strumenti giuridici che disciplinano la reciproca assistenza in materia di imposizione indiretta.
A riguardo, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che anche i soggetti passivi stabiliti nel Regno Unito possono accedere all’istituto dell’identificazione diretta al fine di assolvere gli obblighi ed esercitare i diritti in materia di IVA in Italia, in alternativa alla nomina di un rappresentate fiscale.
Ne consegue che gli operatori del Regno Unito che già dispongono in Italia di un rappresentante fiscale IVA o di un identificativo IVA, nominato o rilasciato antecedentemente al 1° gennaio 2021, possono continuare ad avvalersene per le operazioni interne.
In riferimento al trasferimento del plafond IVA dal numero d’identificazione diretto del soggetto non residente al rappresentante fiscale, è corretto consentire al rappresentante fiscale della società di utilizzare il plafond IVA maturato in capo al numero identificativo IVA che è stato utilizzato ante Brexit della medesima società.


Iva al 5% ai servizi a minori con bisogni educativi speciali e nessun invio al sistema TS


La prestazione di servizi aventi funzione educativa e socio-sanitaria svolta da una Cooperativa a favore di minori con bisogni educativi speciali rientra nell’ambito applicativo del n.1) della Tabella A, parte II-bis, allegata al Decreto IVA,che prevede l’applicazione dell’IVA con aliquota del 5%. La Cooperativa, inoltre, non è tenuta a trasmettere i relativi dati al Sistema Tessera Sanitaria (Agenzia Entrate – risposta 20 aprile 2021, n. 274).

L’aliquota IVA agevolata del 5% è prevista per le prestazioni:
– rese da cooperative sociali e loro consorzi ;
– nei confronti degli anziani ed inabili adulti, di tossicodipendenti e di malati di AIDS, degli handicappati psicofisici, dei minori, anche coinvolti in situazioni di disadattamento e di devianza, di persone migranti, senza fissa dimora, richiedenti asilo, di persone detenute, di donne vittime di tratta a scopo sessuale e lavorativo.


Sotto il profilo oggettivo, l’aliquota IVA agevolata trova applicazione, tra l’altro, con riferimento alle:
– prestazioni educative dell’infanzia e della gioventù, le prestazioni d’insegnamento scolastico o universitario e quelle per la formazione, l’aggiornamento, la riqualificazione e riconversione professionale, nonché le lezioni relative a materie scolastiche e universitarie impartite da insegnati a titolo personale;
– prestazioni socio-sanitarie, di assistenza domiciliare o ambulatoriale, in comunità e simili.


Riguardo alle prestazioni socio-sanitarie, sono definite tali, tutte le attività atte a soddisfare, mediante percorsi assistenziali integrati, bisogni di salute della persona che richiedono unitariamente prestazioni sanitarie e azioni di protezione sociale, specificando che esse comprendono:
– prestazioni sanitarie a rilevanza sociale;
– prestazioni sociali a rilevanza sanitaria, cioè tutte le attività del sistema sociale che hanno l’obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di emarginazione condizionanti lo stato di salute.


Pertanto, le prestazioni socio-sanitarie svolta da una Cooperativa a favore di minori con bisogni educativi speciali sconta l’Iva al 5%.
La medesima aliquota del 5% trova applicazione anche per i servizi di sostegno all’apprendimento resi ai genitori dei minori affetti dagli anzidetti disturbi: la modalità on line di svolgimento della prestazione, sostitutiva (a causa dell’emergenza COVID-19) della modalità in presenza, richiede l’intervento dei genitori, attraverso i quali i minori possono ricevere feedback sul lavoro fatto e avere supporto.


Inoltre, la Cooperativa non rientra nell’elenco dei soggetti tenuti all’invio dei dati al Sistema tessera sanitaria in quanto non eroga servizi prettamente sanitari bensì, prestazioni a carattere socio-sanitario ed educativo. Ne consegue, pertanto, che le prestazioni svolte devono essere regolarmente documentate con l’emissione di fatture elettroniche tramite il sistema di interscambio, ed una copia (in formato elettronico o cartaceo) andrà messa a disposizione dei clienti consumatori finali, salvo loro rinuncia.


Rimborso Iva su vendite a distanza intracomunitarie

Con riferimento alle vendite a distanza di beni in paesi dell’Unione Europea, per le quali sia definitivamente accertata la debenza dell’imposta nello Stato estero di destinazione, la domanda di rimborso dell’Iva erroneamente versata in Italia deve essere presentata entro due anni dalla data di notifica dell’atto impositivo da parte della competente autorità estera. Qualora, invece, l’errato versamento dell’Iva in Italia non abbia riscontro in un accertamento dell’autorità estera, il termine biennale per la domanda di rimborso decorre dal momento in cui l’imposta è stata assolta in Italia. (Agenzia delle Entrate – Risposta 16 aprile 2021, n. 255).

In base alle disposizioni Iva riguardanti le cessioni intracomunitarie, si considerano non imponibili le cessioni in base a cataloghi, per corrispondenza e simili, di beni diversi da quelli soggetti ad accisa, spediti o trasportati dal cedente o per suo conto nel territorio di altro Stato membro nei confronti di cessionari ivi non tenuti ad applicare l’imposta sugli acquisti intracomunitari e che non hanno optato per l’applicazione della stessa.
La disposizione non si applica per le cessioni di mezzi di trasporto nuovi e di beni da installare, montare o assiemare.
La disposizione non si applica altresì se l’ammontare delle cessioni effettuate in altro Stato membro non ha superato nell’anno solare precedente e non supera in quello in corso 100.000 euro, ovvero l’eventuale minore ammontare al riguardo stabilito da questo Stato secondo la normativa europea. In tal caso è ammessa l’opzione per l’applicazione dell’imposta nell’altro Stato membro dandone comunicazione all’ufficio nella dichiarazione Iva relativa all’anno precedente ovvero nella dichiarazione di inizio dell’attività o comunque anteriormente all’effettuazione della prima operazione non imponibile.


In altri termini, le cessioni in base a cataloghi, per corrispondenza e simili, di beni destinate a consumatori finali, sono soggette ad IVA nello Stato di residenza del cedente se l’ammontare delle cessioni di beni spediti o trasportati nell’altro Stato membro non ha superato nell’anno precedente, e non supera in quello in corso, l’importo di 100.000 euro (ovvero l’eventuale minore ammontare stabilito da detto Stato nella propria legislazione interna in base alla Direttiva UE in materia di Iva.
Tuttavia, in caso di superamento di tale soglia nel corso dell’anno, le cessioni già eseguite si intendono effettuate nello Stato membro di origine o Stato di residenza del soggetto passivo cedente, mentre quelle effettuate a partire dalla cessione che ha determinato il superamento della predetta soglia si intendono eseguite nello Stato membro di destinazione, con effetto per tutte le vendite a distanza effettuate nella restante parte dell’anno.


Se lo Stato membro di destinazione del bene richiede il pagamento dell’imposta ivi applicabile sul corrispettivo dell’operazione già assoggettata ad Iva nel territorio dello Stato, il contribuente può chiedere la restituzione dell’imposta assolta, entro il termine di due anni, decorrente dalla data di notifica dell’atto impositivo da parte della competente autorità estera. Su richiesta del contribuente, il rimborso dell’imposta può essere effettuato anche tramite il riconoscimento, con provvedimento formale da parte del competente ufficio delle entrate, di un credito di corrispondente importo utilizzabile in compensazione.


In proposito l’Amministrazione finanziaria ha chiarito che la norma consente al contribuente, che abbia già corrisposto indebitamente l’IVA in Italia e che sia chiamato a versare l’imposta anche nel Paese membro di destinazione del bene, di attivare il procedimento del cd. “rimborso anomalo”, in base al quale la domanda di restituzione, in mancanza di disposizioni specifiche, non può essere presentata dopo due anni dal pagamento, ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto per la restituzione.


La normativa interna (art. 11-quater del D.L. n. 35 del 2005) individua, quale presupposto per la restituzione dal quale far decorrere il termine biennale, “la data di notifica dell’atto impositivo da parte della competente autorità estera”, ossia la data di notifica del provvedimento mediante il quale l’Amministrazione finanziaria dell’altro Paese membro qualifica le cessioni come “vendite a distanza”, da assoggettare ad imposizione nel proprio Stato. Da tale data il contribuente ha, dunque, due anni di tempo per presentare istanza di rimborso dell’imposta già assolta in Italia.
In proposito l’Agenzia delle Entrate chiarisce che per ottenere il rimborso non è sufficiente il mero avvio della procedura di controllo da parte dell’autorità dell’altro Paese membro, ma occorre che quest’ultimo faccia valere la pretesa impositiva tramite notifica del relativo atto di accertamento. Il rimborso ha ad oggetto l’imposta relativa alle operazioni per le quali sia definitivamente acclarata la debenza del tributo nell’altro Paese membro e sempre che la stessa sia stata precedentemente versata all’erario italiano.


L’Agenzia delle Entrate chiarisce, inoltre, che per il recupero dell’IVA che si ritiene di aver erroneamente versato in Italia per i periodi d’imposta non ancora accertati dall’autorità fiscale estera, in relazione ai quali siano decorsi i termini sia per l’emissione di note di variazione, sia per la presentazione della dichiarazione integrativa, devono ritenersi applicabili le disposizioni in materia di rimborso previste dalla disciplina IVA interna (art. 30-ter, co. 1 del DPR n. 633/1972).
Pertanto, qualora l’errato versamento dell’Iva in Italia non abbia riscontro in un accertamento dell’autorità estera, è possibile richiedere il rimborso dell’IVA asseritamente non dovuta nello Stato italiano considerando quale dies a quo dal quale far decorre il termine biennale il momento in cui l’imposta è stata assolta in Italia. A tal fine, è necessario dimostrare che l’IVA andava versata nel Paese membro di destinazione.

Regime forfetario: lavoratore che rientra in Italia


Applicazione del regime forfetario al lavoratore dipendente residente all’estero, iscritto all’AIRE, che rientra in Italia per svolgere la libera professione. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 19 aprile 2021, n. 257)

La Legge di stabilità 2015 (Legge n. 190/ 2014, art. 1, commi da 54 a 89) ha introdotto un regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. Successivamente, la legge di bilancio 2019 (art. 1, commi da 9 a 11, legge 30 dicembre 2018, n. 145) ha modificato, con portata estensiva, l’ambito di applicazione del regime forfetario. Da ultimo, la legge di bilancio 2020 (art. 1, comma 692, legge 27 dicembre 2019, n. 160) ha modificato ulteriormente l’ambito di applicazione del regime forfetario.
Con riferimento a quanto descritto dall’istante, in particolare, assumono rilevanza le seguenti disposizioni. Ai sensi di quanto disposto nel comma 57 dell’articolo 1 della legge n. 190 del 2014, non possono avvalersi del regime forfettario, tra l’altro:
– «i soggetti non residenti, ad eccezione di quelli che sono residenti in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in uno Stato aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo che assicuri un adeguato scambio di informazioni e che producono nel territorio dello Stato italiano redditi che costituiscono almeno il 75 per cento del reddito complessivamente prodotto» [lettera b);
– «le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta, ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro, ad esclusione dei soggetti che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatoria ai fini dell’esercizio di arti o professioni» [lettera d-bis);
– «i soggetti che nell’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, di cui rispettivamente agli articoli 49 e 50 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n 917, eccedenti l’importo di 30.000 euro; la verifica di tale soglia è irrilevante se il rapporto di lavoro è cessato » [lettera d-ter)].


Nel caso esaminato, l’istante riferisce di essere residente all’estero e di essere ivi assunto come lavoratore dipendente presso la società Alfa, percependo in qualità di lavoratore dipendente un compenso superiore alla soglia di euro 30.000,00 all’anno. Inoltre, rappresenta di voler trasferire negli ultimi mesi del 2021 la residenza in Italia e di voler qui avviare un’attività di lavoro autonomo in regime forfettario, avendo come principali committenti società con sede all’estero.
iò posto, considerato che l’istante intende mantenere l’iscrizione all’AIRE e continuare a risiedere e dimorare all’estero per la maggior parte del 2021, in applicazione della sopracitata lettera b), lo stesso non potrà accedere al regime forfettario nel medesimo anno di imposta (i.e. 2021).
Parimenti, l’accesso al regime risulta precluso per il 2021, considerato che l’istante riferisce che il rapporto di lavoro dipendente è ancora in essere alla data di presentazione dell’istanza e che il relativo reddito percepito annualmente supera la soglia dei 30.000,00 euro, risultando, quindi, integrata la causa ostativa di cui alla citata lettera d-ter), che come si applica anche nel caso di rapporti di lavoro all’estero. Si rammenta, comunque, che la verifica di tale soglia è irrilevante se il rapporto di lavoro risulta cessato nell’anno precedente.
Per quanto concerne la possibilità di svolgere l’attività professionale nei confronti di committenti esteri il quesito posto è inammissibile per carenza delle obiettive condizioni di incertezza, considerato che non si riscontra nella legislazione relativa al regime forfetario alcuna causa ostativa di tal genere.
Alla luce di quanto sopra, nel presupposto che l’istante – in coerenza con quanto dichiarato – cessi il rapporto di lavoro dipendente entro la fine del 2021, faccia rientro in Italia e sia qui residente ai fini fiscali, si ritiene che lo stesso potrà applicare il regime forfettario nel 2022, ferma restando la sussistenza degli ulteriori requisiti di legge.